sabato 5 gennaio 2013

LA DISGRAZIA DI PADOVA: Cosa chiede Di Lenardo nella lettera al Corsera?

Per un disguido il CORRIERE ORTOFRUTTICOLO online ha pubblicato questo mio contributo per metà e ne è uscita una versione che non risponde alla domanda espressa nel titolo. La risposta invece c'è! Riporto qui il contenuto intero:
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La tragica morte di Bruno di Lenardo ha colpito indubbiamente ogni imprenditore impegnato sul lato commerciale e distributivo della filiera ortofrutticola.  Non l’ho mai incontrato personalmente ma di operatori come lui ne ho conosciuti a centinaia  in Italia ed all’estero e conosco perciò il loro DNA mentale.

Dovendo rapportarsi durante ogni stagione con tantissimi interlocutori ed affrontare mese dopo mese sempre situazioni nuove e diverse l’una dall’altra accumulano da un lato un insolita conoscenza della psiche umana e dall’altro una non comune resistenza alle avversità.

Le ragioni per le quali Bruno è arrivato a compiere un gesto così estremo rimangono pertanto un grande punto interrogativo. Certamente chi avrà letto i 10 biglietti lasciati prima di morire potrà farsi un quadro abbastanza preciso ma non è il singolo caso che qui voglio esaminare ma lo stato generale nel quale si trovano le persone che, o per scelta o per tradizione, fanno questo mestiere. Se anche l’avvento della grande distribuzione ha ridotto il numero di attori necessari per rifornire la catena distributiva sono ancora migliaia i protagonisti che, sia nelle zone di produzione come sui mercati all’ingrosso e negli uffici import-export,  ogni giorno si dedicano alla moltitudine di operazioni che richiede la distribuzione dell’ortofrutta fresca.


Essi si trovano invischiati in ingranaggi sempre più complicati e complessi che li occupano spesso per 10-12 ore al giorno per tutto l’anno che però non riescono più a governare secondo il proprio buonsenso.  C’è la materia prima di qualità che scarseggia, il numero di clienti che diminuisce, la bontà del credito sempre più in forse. Ci sono poi gli operai e gli impiegati che non si possono licenziare,  i fornitori che premono per gli incassi,  le banche che non collaborano come prima e l’agenzia delle entrate che è in agguato minacciosa.
Quando però nonostante tutto uno è riuscito a mettere i suoi camion sulla strada per soddisfare puntualmente il cliente vicino o lontano ci pensano le autostrade, i porti, i camionisti, le dogane ed i controlli qualitativi e fitosanitari a rendere arduo il loro compito. Quando non ci si mettono in mezzo la neve, o gli scioperi a paralizzare tutto.

Mi vien da dire che è  un miracolo se non ci sono tanti altri operatori che incappano in un momento di sconforto estremo come l’amico Bruno.  Il guaio è che è gente che si sente sola, dimenticata da Roma e da Bruxelles, in lotta con tutti: il mondo agricolo che non riconosce più la funzione del mestiere, la politica che parla di forme parassitarie di esistenza e la GDO che  si sostituisce senza per questo abbassare i prezzi al dettaglio.

A pensarci bene la Di Lenardo SPA ha imboccato da tempo, anche grazie alla lunga esperienza della sua dirigenza, la strada più agibile e meno insidiata del commercio ortofrutticolo,  quella dell’importazione. Ha cioè scelto di guadagnarsi da vivere aggirando molti degli ostacoli eretti dal mondo avverso che circonda il settore nel suo insieme: non deve corteggiare diffidenti agricoltori italiani e può scegliere in tutto il mondo, stagione per stagione, le partite di frutta che il mercato richiede. Può servire senza grandi problemi anche la GDO italiano  perché raramente il supermercato importa in proprio.

Se nonostante tutto è successo quel che è successo è un segnale  di massima gravità. E’ ora che tutto il settore si stringa attorno alla famiglia ed ai problemi  che questa vicenda ha evidenziato.  E’ venuto il momento di riaffermare coralmente le ragioni e la validità del proprio ruolo e del ruolo del settore chiedendo comprensione e riconoscimento, ricordando che il nostro  mercato ormai è il mondo intero . Non lo potrà fare il singolo ma sulla base delle cifre e di una forte campagna di comunicazione si dovrà raggiungere il riconoscimento della funzione anche sociale della categoria. In tempi duri come questi  è  proprio l’orgoglio ed il rispetto che può confortare sufficientemente un individuo e convincerlo che andare  avanti è utile per tutti.

 Infatti la lettera che Bruno ha scritto oltre un anno fa al Corriere della Sera (pubblicata in data 4 Agosto 2011) termina con questa frase: “ Ultimo, ma importante, il rispetto di ognuno. Questo è il sentimento calpestato e dimenticato da ognuno….”
   











 

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