mercoledì 26 dicembre 2012

Monti propone Politica agricola di Pecoraro Scanio o D'Alemanno

Ho scorso velocemente la cosiddetta Agenda Monti e, a parte il fatto che per realizzarla non basterebbero due legislature, vedo confermato che quando si tratta di agricoltura (della quale nessuna ha mai la più pallida idea, l'unico sarebbe oggi, dopo anni di gavetta, l'ex ministro Paolo De Castro), ogni nuovo arrivato copia pari pari l'impostazione dei predecessori che pari pari prendono per buoni i suggerimenti delle organizzazioni professinali e delle alte cariche ministeriali, innovazione zero!



Ecco qui un estratto significativo dall'agenda:

"
Bisogna prendere misure per assicurare che agli agricoltori  non rimanga una quota troppo bassa  del valore aggiunto generato lungo le filiere agroalimentari, favorendo una maggiore aggregazione dell’offerta che dia agli agricoltori un adeguata forza contrattuale sul mercato ed eliminando intermediazioni inutili e parassitarie che sottraggono reddito"
COSA C'è MAI DI NUOVO QUI?
Dal mio osservatorio piuttosto completo vorrei segnalare che in certe regioni d'Italia le aggregazioni sono già giunte ai massimi livelli possibili (vedi per es. Emilia Romagna) senza risolvere assolutamente il problema della remunerazione insufficiente dell'agricoltore.  Inoltre le cosiddette intermediazioni inutili e parassitarie non esistono più da quando tutti i supermercati si raccordano direttamente con la produzione senza però riusciere a risparmiare una sola delle tante spese che vengono generate durante la vorticosa fase distributiva del fresco.
Un passaggio che segnala invece la giusta attenzione a un dettaglio non trascurabile è il seguente:

"E’ infine necessaria una  forte politica di sostegno all’export per imprese agricole ed industriali contando sul ruolo rafforzato dell’ICE per il settore"
Peccato che, almeno finora, nessuno abbia mai puntato sull'ICE per rilanciare veramente l'export ortofrutticolo italiano. Basterebbe armare questo valido ente con le giuste munizioni, come lo si fece  dopo lo scandolo del Metanolo nel campo del vino, per poter sperare in un'inversione della tendenza disastrosa degli ultimi 2 decenni.






lunedì 24 dicembre 2012

Ormai ci sono pochi dubbi: Bruno Di Lenardo si è suicidato

La notizia più completa l'ho trovata sul sito del MATTINO DI PADOVA del 24 dicembre. Qui di seguito il link completo:
http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2012/12/24/news/bruno-un-uomo-perbene-in-famiglia-e-nel-lavoro-1.6249118

La notizia mi ha colpito profondamente perchè il nome dei DI LENARDO faceva parte della mia formazione professionale. A Monaco di Baviera, dove infatti nel 1957 lavoravo sul mercato all'ingrosso come stagista per quasi un anno, già operava una delle ditte che portavano questo nome DI LENARDO. Si sapeva che la casa madre era di Padova e che una ditta dello stesso nome e della stessa famiglia esisteva anche in Austria. Non ho mai avuto occasione di conoscere Bruno personalmente ma i contatti per lavoro non sono mancati in questi anni. Le conseguenze di questo disastro non sono ancora misurabili ma non c'è dubbio che il settore della distribuzione dell'ortofrutta fresca ha perso un grande protagonista. Rimane la speranza che il testimone possa essere trasmesso alle future generazioni perchè un nome affermatosi nel corso di oltre 100 anni diventando un vero e proprio brand non può sciogliersi come neve al sole per la prematura scomparsa del suo leader.

Con questo augurio dobbiamo cercare di guardare il futuro con ottimismo nonostante tutto sperando che il 2013 possa regalare tempi più facili alla famiglia ed a tutti gli interessati.

Bruno Di Lenardo trovato morto

Stamattina, vigilia di Natale, si sono diffuse le prime notizie della morte del 52enne Bruno Dilenardo, titolare della storica ditta DI LENARDO SPA di Padova.


Il giorno 22 di dicembre un importante rogo aveva distrutto parte degli stabilimenti della ditta e questo potrebbe aver indotto Dilenardo a commettere suicidio. Lo sfortunato imprenditore avrebbe lasciato lettere che potranno aiutare a chiarire i motivi di un eventuale gesto di questa gravità.

Il mondo della commercializzazione ortofrutticola italiana, già colpito dagli attacchi alla ditta siciliana Panitteri (ricordiamo il recente rogo di 6 bilici come probabile atto dimostrativo della malavita), rimane attonito di fronte a questa ennesima tragedia e si stringe intorno alla famiglia Dilenardo con sentito cordoglio.

giovedì 20 dicembre 2012

L'immagine sbiadita della frutta, che brutta "figura"


Nota successiva alla pubblicazione: Su segnalazione di un lettore ho precisato che la fusione fra organizzazioni professionali nel caso di ITALIA ORTOFRUTTA non ha interessato  Uiapoa e Unaproa ma UIAPOA e UNACOA. Unaproa collabora comunque con Italia Ortofrutta presentando un documento comune in merito alla prossima riforma OCM Unica.
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La situazione del settore ortofrutticolo italiano è drammatica. Stretto fra la concorrenza di paesi low cost (vedi oggi Marocco) e consumi interni che calano l’uscita di sicurezza sarebbe l’export. Purtroppo anche questo, che in quasi tutto l’agroalimentare italiano “tira”, trova quasi tutte le porte sbarrate.


La stagione invernale in corso con le sue contraddizioni non permetterà un giudizio nitido e condiviso perché se anche i prezzi quotati in chilogrammi non figureranno male, il ricavo a ettaro sarà ancora in calo per via della scarsa resa per ettaro.



La strada per rimontare sarà lunga e tortuosa e bisognerà mettere in campo tutte le armi oggi a disposizione della concorrenza e quindi anche nostra.


L’immagine dell’ortofrutta

Una ripresa vera di tutta l’ortofrutta, ma soprattutto della frutta fresca non potrà fare a meno di un nuovo indirizzo culturale. Al momento attuale l’immagine della frutta è ancora ai livelli minimi. Potremmo rassomigliarla a quella del vino ante scandalo Metanolo. Allora il vino era un prodotto di massa, di bassa qualità,di basso prezzo ed anche i consumatori erano poco considerati.

Con l’aiuto di Veronelli e dell’ICE le cose cambiarono rapidamente: Luigi Veronelli diede smalto e status al vino ed elevò i bevitori alla stregua di gourmet ad altissimi livelli. L’ICE concentrò tutte le sue forze, le sue strutture globali e probabilmente anche gran parte delle risorse finanziarie per promuovere la bevanda italiana in ogni angolo della terra.

Nel giro di relativamente pochi anni le sorti del vino conobbero successi ed in seguito anche conquiste inimmaginabili solo uno o due lustri prima. Questo nonostante il vino come fattore salutistico sia ben lontano da quello dell’ortofrutta. L’immagine del vino è salito al settimo cielo apprezzato e sostenuto dalle giovani generazioni quasi più che da quelle precedenti.

Un esempio sia il fatto che mentre i giornalisti specializzati in ortofrutta si contano sulle dita di una mano quelli impegnati nel vino sono migliaia. Non solo: mentre quasi nessuno dei pochi scrive articoli sull’ortofrutta su giornali e riviste gratis e per passione quelli del vino si cementano gratis e con passione su centinaia di prodotti cartacei e migliaia di blog in Internet.

L’immagine dell’ortofrutta è al momento è quella di un prodotto povero, difficile, privo di garanzie, poco attraente in fatto di gusto. E’ anche poco spiegato, poco pubblicizzato, poco promosso ed ergo poco considerato. Di conseguenza ogni prezzo viene considerato esagerato. L’enfasi sulla scarsa remunerazione del produttore che ben che vada riesce ad incassare solo il 17-19 % f il resto.

All’estero le cose non vanno meglio. I prodotti agroalimentari italiani godono di ottima reputazione, tant’è vero che spesso vengono imitati o subiscono la concorrenza di prodotti locali commercializzati con marchi “italiansounding”. Per l’ortofrutta niente di tutto questo. Quasi tutto viene considerato alla stregua di commodity (e quasi sempre lo è) dove i prezzi ed i servizi a supporto sono i fattori predominante.


ORTOFRUTTA D’ITALIA
L’unico organismo esistenti in Italia che possa almeno tentare di orientare la percezione del grande pubblico prima Italiano e poi Estero è Ortofrutta d’Italia, un ente nato come costola del CSO di Ferrara che raggruppa già adesso una ventina fra i commercializza tori più importanti del paese includendo una gran parte delle specie importanti nell’assortimento di un punto vendita al dettaglio.

 E’ un organismo vicino al consumatore del quale cerca di capire le esigenze. E’ pertanto anche attrezzato per parlare al consumatore finale che sempre più deve diventare l’ispiratore delle politiche agricole e tecniche della distribuzione.

Potrebbe essere compito di Ortofrutta d’Italia del CSO di Ferrara(da non confondere con la quasi omonima ITALIA ORTOFRUTTA, organizzazione sindacale nata dalla fusione fra le preesistenti organizzazioni professionali Uiapoa e Unaproa, produttori ancora poco orientati al mercato (vedi correzione).

Ortofrutta’Italia dovrebbe trovare la forza di investire nell’immagine dell’ortofrutta italiana nel suo insieme anche se un allargamento della compagine sociale si renderebbe necessaria per inglobare strada facendo tutte le specie più coltivate lungo i variegati climi dello stivale italico.

Non vedo perchè non si debba poter essere orgogliosi di trattare l'ortofrutta quando supermercati efficienti usano l'ortofrutta non solo per attirare clienti attraverso un posizionamento ben visibile vicino all'entrata ma confezionano d'alberello degli Auguri di Natale con un'immagine fatta di tante arance impilate una sopra l'altra con una scintillante stella all'apice

Personalmente uso l'argomento della salute quando cerco di convincere un giovane di entrare nel mio staff. In genere il settore non li attrae più di tanto perchè da un lato pensano all'agricoltore come uomo che gira tutto il giorno con gli stivaloni addosso e dall'altro lato l'immagine del cibo più utile che buono non convince. Devono però darmi ragione quando elenco i pregi di lavorare in un ambiente sano che tratta merci sane. Merci che non danneggiano la salute ma anzi la migliorano, merci che non generano dipendenza come invece lo fanno tante altre tipologie. Anche il fatto di essere presenti su tutti i mercati del mondo (il kiwi ne raggiunge già 70) è utilizzabile per aiutare il vissuto del singolo candidato.

E necessario che qualcuno si dia da fare perchè non succeda mai più che un grande dell'agroalimentare italiano come il Sig. Guido Barilla, titolare dell'omonima società BARILLA SPA di Parma, non sappia che l'Italia sia uno dei massimi produttori di kiwi e che lo si esporta in tutto il mondo. Anche persone come lui devono un giorno aiutarci a dare un tono ai nostri prodotti che come contenuti di tecnologia non sono secondi a nessuno. Ma non lo potranno fare se nessuno di noi interessati li informa!!






Marocco: uno tsunami di pomodoro sull'Europa

Dal  15 di Dicembre 2012 i pomodori del Marocco mettono in ginocchio tutto il mercato europeo trascinando con un surplus di arrivi i prezzi verso abbissi finora impensabili.

Il tutto consguenza delle decisioni della commissione U.E. di estendere anche ai prodotti ortofrutticoli il libero accesso alle produzioni marocchine.



A nullla è valso l'appassionato impegno di Paolo de Castro, ex ministro italiano delle politiche agricole ed adesso presidente della commissione Agricoltura e Sviluppo del parlamento europeo di Strassburgo.

Ecco qui il mio posto del 31 Gennaio che testimonia l'impegno di De Castro e dell'Italia agricola tutta affinchè questa decisione sciagurataq (per orticoltura italiana e non solo) non potesse passare. Purtroppo però poche settimane dopo il provvedimento ha avuto il via libera di Bruxelles con le conseguenze che abbiamo più sopra descritto:

POST di inizio anno:
STOP AL MAROCCO SI O NO ?
Da tempo si è scatenata la querelle sollevata dai propositi della commissione dell'Unione Europea ad aprire ai prodotti del Marocco mediante un trattato ad hoc per quel paese. Non c'è dubbio che i prodotti marocchini hanno conquistato importanti quote di mercati in molte specie fin da quando negli anni '60 i tedeschi si sono accorti che le arance di quel paese, già alora commercializzate sotto il marchio MAROC erano fra le migliore del mondo.
tutto il mercato europeo ....  (vedi il post su questo blog in data 31 Gennaio)

martedì 11 dicembre 2012

DELLA CASA SHOW all'auditorium del SOLE24ORE di Milano

Con riferimento all'evento dell'anno ortofrutticolo, il convegno MARK UP di Milano, pubblico qui una lettera  indirizzatami da un amico che credo sia molto utile a noi del mondo chiuso e autoreferenziale dell'ortofrutta. Io avevo dato giudizi positivi del contenuto anche se qualche malalingua aveva già commentato che gli eventi degli anni precedenti erano stati migliori....

"Caro Rolando,

Mi frullano in mente molte riflessioni dopo giovedì che volevo trovare il tempo 
di scriverti, anche solo per condividerle con te per puro piacere, ma che non sono riuscito a fare causa lavoro. Nel mondo che ho frequentato sino ad ora, solo nella ristorazione ho più o meno visto qualcosa del genere, anche se con connotazioni diverse. Nel mondo del vino, per addetti ai lavori, quel format non esiste e questo se ci penso è strano. Forse non esiste un Della Casa nel mondo del vino? Può essere.


Roberto Della Casa ed i suoi ospiti

Per inciso: Della Casa ha citato spesso il mondo del vino e il produttore Gaja in particolare, ma lui non può essere un modello per il mondo dell'ortofrutta. Della Casa l'ha citato come esempio di un produttore che ha valorizzato un territorio, quando è esattamente il contrario. Gaja ha venduto in tutti questi anni sé stesso, il proprio brand, un brand di lusso. Anzi, anni fa cercò di stravolgere il disciplinare di produzione del Barbaresco per piegarlo alla moda di allora, ma per fortuna non glielo lasciarono fare i produttori della zona. E, dico io, per fortuna.
Comunque, il punto è che allo show di Della Casa (per me giovedì, più che un convegno corale del mondo dell'ortofrutta, è andato in scena qualcosa di simile alle presentazioni della Apple, pur con le dovute differenze, che non un consesso del settore ortofrutta) ciò che è mancato è il punto di vista del dettaglio. C'era la gdo (Tassinari), la parte istituzionale governativa, la produzione (De Ponti), il sindacato (Coldiretti). Mancava sul palco un rappresentante di più del 40% del mercato ortofrutticolo. Perché?
A me poi l'intervento di Tassinari ha lasciato molto perplesso: ha travisato completamente Latouche (lo ha citato a sproposito, banalizzando un autore discutibile, ma che non si può liquidare con un semplice battuta, soprattutto per il concetto di decrescita felice è contestabile, ma se lo fa un esponente soprattutto di sinistra come lui, o lo fa bene o altrimenti diventa attaccabile. Per altro non riusciva neanche a pronunciarlo nel modo corretto). Sul resto Tassinari non ha detto molto: sono in crisi e preoccupati, e questo già lo sapevamo, è scettico sull'articolo 62, e anche questo già lo sapevamo, ha detto che il valore della sostenibilità declinato in modo ampio è un valore che deve essere comunicato meglio, però non ha detto come.
Io, fossi stato in Della Casa, glielo avrei chiesto: si riesce con la simpatica Littizetto come testimonial? Se, come ha mostrato dai suoi dati Della Casa, un consumatore, quando acquista la frutta e la verdura nella gdo guarda prima di tutto ancora all'aspetto esteriore e poi il prezzo, forse non è il caso di dover rivedere il modello con il quale la gdo espone e propone l'ortofrutta?
Parliamo di sostenibilità e poi la gente preferisce prendere le banane in vaschetta e non sfuse. Perché? Perché come ha detto Della Casa si conservano meglio e maturano prima? Dubito, la massaia, mia madre, non le sa queste cose. Io le compro in vaschetta perché ho sempre fretta quando vado al super e mi scoccia pesare le banane e mettergli su il prezzo. Arrivato a casa la vaschetta la butto subito. Tutto ciò non è sostenibile, sono io il primo a rendermene conto.
Insomma, nonostante della Casa abbia dimostrato, e probabilmente i presenti lo sapevano già tutti, di essere un ottimo comunicatore, di essere iper competente e informato, di saper calcare la scena di un palco tenendo viva l'attenzione per 3 ore, un grande da questo punto di vista, non era forse il caso di lasciare più spazio agli ospiti, magari incalzandoli un po' di più?
Ciao.
lettera firmata"

mercoledì 5 dicembre 2012

BARILLA - Terza Parte rapporto 4° INTERNATIONAL FORUM - MILANO III

La terza parte del mio reportage da Milano:

IL TEMA DELLO SRPECO


Anche in questo consesso si parla di un 30-35 % di cibo sprecato. Si fa presente che insieme al cibo si spreca anche le risorse naturali che lo hanno prodotto: acqua, terra, investimenti ecc. Molto viene buttato nelle case, una certa percentuale anche lungo la filiera. Ma secondo il relatore Jan Lundquist, dello svedese Water Institute, non è il supermercato il colpevole, anzi, spreca pochissimo, delle volte anche meno dell’uno percento.

I tre totem dello spreco sarebbero: carrello della pesa, il frigorifero, il bidone della spazzatura. “Con quanto viene spreca oggi in USA ed in Europa si potrebbe alimentare 3 volte il resto della popolazione mondiale”.

Lundquist incita anche a ridurre il consumo di carne, soprattutto nelle nostre economie progredite.

I componenti del panel sono 4 signore, tutte molto agguerrite ed un solo maschio: Andrea Segrè, presidente del LAST MINUTE MARKET.




Carolyn Steel

Danielle Nierenberg



Brevemente un riassunte delle varie affermazioni:

Al World Food Summit del 1974 era stato preso l’impegno di ridurre in 10 anni gli 800.000 bimbi sottoalimentati di allora a zero. Nel 1995 si era arrivati a 500.000 ma in seguito è ripartita la crescita. Tre sono i fattori strategici del problema: la disponibilità di cibo, l’accessibilità, assorbimento di calorie.

La produzione mondiale è largamente sufficiente e comporterebbe disponibilità per 4000-5000 calorie per persona. C’è quindi un gap enorme fra produzione e distribuzione (ogni caloria prodotta richiede un litro di acqua e quindi in media ogni essere umano consuma teoricamente 4000-5000 litre d’acqua).

DA non trascurare il fatto che ormai un terzo dei prodotti alimentari serve per nutrire animali domestici.

La mappa del globo qui riprodotta è stata mostrata per indicare le aree dove nel 2050 non ci sarà più disponibilità di acqua. Da non dimenticare che le previsioni sono di un incremento delle temperature del pianeta di 4 ° ancora entro questo secolo.




In Danimarca da privati con l’aiuto di social media è stata iniziata una campagna denominata “STOP WASTING FOOD DENMARK che sembra avere successo e che anche in altri paesi si sta difondendo.

Viene spiegata l’iniziativa italiana del Last Minute Market che aiuta ad evitare che cibo ancora buono e non scaduto non finisca nel rusco. Si tratta di una ONLUS che con l’aiuto di volontari raccoglie le confezioni vicine alla scadenza che la GDO scarta per avviarle verso organizzazioni caritatevoli.

Viene presentato un innovativo sacco di plastica pensato soprattutto per l’Africa che permette di conservare cibo più a lungo.

E’ giusto segnalare una citazione veramente allarmante: Noi viviamo ormai nell’era POST WATER and POST SOIL. Sta però di fatto che il cibo è lontano dall’uomo moderno che non sa ne dove ne come viene prodotto. E’ venuto a mancare il rapporto reale con le fonti ed i mezzi di produzione

E’ stato molto stigmatizzato l’abitudine della GDO di offrire il 3x2. Servirebbe solo a portare a casa più di quanto si riesce a consumare. Si fa pressione affinché lo sconto sia incorporato nel prezzo al kilo o a confezione.

E’ positive che anche molti blogger nel frattempo parlano dello spreco di cibo. Si tratta di nuove forme di protesta che non si materializzano con lunghe file di persone davanti ai negozi con grandi cartelli ma che comunque influenzano il comportamento della gente.

Da qualcuno viene suggerito maggior uso di punti vendita più vicini come i farmers markets, i mercati rionali, gli acquisti online. Soprattutto sarebbe sempre giusto fare la lista della spesa prima di frequentare un punto vendita per evitare di fare acquisti d’impulso che non sempre sono giustificati.

Alla fine insieme all’incitamento di mangiare sempre quello che si compra viene ricordato che non mangiamo per noi ma per tutto il pianeta. Penso che il senso sia quello che quel che non mangiamo noi rimane per altri (distribuzione permettendo!)





martedì 4 dicembre 2012

UNA GIORNATA AL BARILLA FORUM DI MILANO - II

2a PARTE 2012

Relatore RICHARD WATSON, Scrittore e “pianificatore di scenari”:

Vedere l’alimentazione sotto tanti aspetti: Anche in relazione all’evoluzione del consumo del cibo bisogna farsi le famose cinque domande della W: Who, What, When, Where, Why.

Una delle cose che emerge con grande evidenza è il vertiginoso aumentare del ritmo dell’assunzione dei pasti. La gente dedica sempre meno tempo al processo del mangiare e considera molto anche un minuto di attesa a un Mc Donald.. Fa l’esempio di esperimenti di una catena di drive-in che scannano con il laser i clienti quando in macchina si trovano ancora lontani dalla postazione ed arrivano ad avere già pronto quel piatto che quei dati clienti chiederanno quando faranno la loro richiesta alla cassa.




Il moderatore Alex Thomson di Channel 4 News, insieme a Guido Barilla (destra) ed il rettore del'università Bocconi Andrea Sironi (sinistra)

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D’altra parte c’è il fatto che il cibo è anche più di sola alimentazione. Aiuta a socializzare, rassicura le persone che hanno paura o che sono ansiose, anche attraverso una maggiore localizzazione. Da qui il trend in crescita ovunque di rifornirsi in farmers markets e con l’aiuto di roof gardens.

Si arriverà a packaging che incorpora video che ci illustrano quanto c’è di interessante intorno a un dato alimento.

Nel 2030 sarà al massimo l’attenzione alla sostenibilità, alla localizzazione ed all’attenzione alla salute. Senz’ombra di dubbio si mangerà meno.



Watson arriva ad essere ottimista dopo essere passato dal pessimismo più nero possibile: dice infatti che , anche se quando si tratta di cibo è il cuore a guidare la scelta e non la mente, alla fine sarà la paura davanti alle conseguenze di tutti questi scenari catastrofici a convincere la maggioranza delle persone a comportarsi in modo razionale ed ad accettare di cambiare il futuro

“Per mantenere infatti il precedente stile di vita l’umanità avrebbe bisogno di avere a disposizione 3 (tre) pianeti!”

TAVOLA ROTONDA con Guido Barilla ed esponenti di Danone, Coca Cola ed alti dirigenti di enti preposti all’amministrazione, alla ricerca, ed a centri internazionali per la nutrizione.

Coca Cola accetta la localizzazione e si definisce una ditta “local global”. In Australia ha già iniziato ad allearsi con produttori locali di riconosciuta alta qualità. Vuole venir incontro all’ansia diffusa e crescente fra i clienti che per esempio vogliono evitare troppi prodotti chimici nel cibo.

Viene affermato che i produttori di alimenti in fatto di sicurezza hanno una doppia responsabilità:

Devono informarsi e conoscere i processi e migliorare i prodotti , devono stilare priorità e predefinire il concetto di “sicurezza”. Devono arrivare a generare informazione e poi anche a distribuirla. Il tutto per permettere alla singola persona di scegliere bene.

Gli operatori devono seguire quanto la gente pensa di volere, devono dare risposte alle loro esigenze. Devono pertanto capire i bisogni per poi elaborare modelli alimentari e modalità di consumi.

Non uno di noi, ma tutti, tutti i paesi, anche i loro governi, l’industria, ecc. devono attivarsi perché solo coralmente si potranno trovare risposte.



domenica 2 dicembre 2012

UNA GIORNATA AL INTERNATIONAL FORUM - Barilla Center

Descrivo qui per dilettanti la mia giornata al 4° International Forum on Food and Nutrition sperando di poter comunicare da dilettante tutto l’entusiasmo che mi ha procurato l’evento.

Il mio mestiere è promuovere e vendere ortofrutta sui mercati internazionali e sapevo che questo Forum era uno dei passi che la Barilla con il suo BARILLA CENTER  sta facendo in vista di EXPO Milano 2015.

Anche l’ortofrutta fresca sta diventando, con l’aiuto di tecniche di conservazione e di trasporto, un prodotto con il quale raggiungere tutti i mercati del pianeta e per questo l’insegna cubitale che saluta il visitatore del FOOD PEOLPLE PLANET è di buon auspicio ed in tema.

La vastità di dati comunicati in due giorni da 52 relatori è tale che è impossibile concentrare anche solo le cose più importanti in poche righe. Tenterò di farlo andando quasi per titoli, parlando solo delle cose che mi hanno colpito appunto da dilettante:

In una specie di Centro Congressi molto capiente è rappresentato quasi tutto il mondo, sia come relatori ma anche come audience. I temi sono imperniati genericamente sul cibo, sulla nutrizione e sulla sostenibilità delle produzioni e spaziano dalla demografia al clima, dalla’acqua alla scarsità di cibo, dai problemi di obesità a quelli dell’energia. Per finire con gli sprechi.




Relatore JANEZ POTOCNIK, commissario per l’ambiente dell’U.E.: 
Alcuni fatti forniti da Janez sono veramente shoccanti e ne elenco qui alcune alla rinfusa:  ogni giorno la popolazione mondiale cresce di 219.000 unità!,  per ottenere una caloria di cibo occorre 1 litro di a acqua ma siccome il 30 % del cibo prodotto viene sprecato lunga la filiera ed a casa, una persona che mangia 2000 calorie consuma da 3.000 a 4.000 litri di acqua (infatti l’acqua non viene più considerata un bene liberamente disponibile).  Da qui la previsione che l’alimentazione del pianeta nei prossimi decenni si sposterà sempre più dal riso ai cereali perché questi ultimi hanno bisogno di molto meno acqua.
I prezzi per le materie prime alimentari continueranno ad aumentare nel corso degli anni e da questo derivano già oggi cenni di rivolte del pane (Tunisia?)

Relatore LESTER BROWN, fondatore e presidente dell’ Earth Policy Institute, USA
Ha parlato della scarsità di acqua nel futuro: Per produrre cibo c’è bisogno di acqua, Cina, India ed USA da soli producono la metà dei cereali del mondo. In USA in questi ultimi anni sono venuti a mancare il 15 % di acqua per irrigazione. La Cina importa il 60 % del suo fabbisogno di Soya beens.

Il cambio del clima è sott’osservazione: ogni grado di aumento di temperatura comporta il 10 % di calo di pioggia. A questo si aggiunge il fenomeno del dust fall, la caduta di polveri sottili,  che in certe aeree, per esempio nel Nord della Cina, influenzano negativamente le produzioni vegetali. Ci dice testualmente “water is no longer a free resource”, l’acqua non è più da considerarsi una risorsa libera.
“ Nella storia nessun popola che ha distrutto le sue risorse naturali è sopravissuto, noi ci stiamo arrivando se non cambiamo passo presto”
Sviluppando questi discorsi Lester Brown invoca una radicale “ristrutturazione” delle fonti energetiche  e racconta della Cina che sta costruendo 8 centrali nucleari della capacità di 20.000 Megawat l’una, totale 120.000 Megawat. E pensare che una sola basterebbe a rifornire un paese grande come la Polonia per un anno! Afferma anche che questo problema lo deve risolvere la nostra generazione perché se aspettiamo la prossima sarà già troppo tardi!
Più tardi abbiamo imparato dalla viva voce  di Guido Barilla che a favore della nostra dieta sta il fatto che  la produzione di frutta, verdura e di prodotti su base di cereali hanno il più basso impatto sull’ambiente.................. continua nei prossimi 2 post.