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martedì 17 aprile 2012

ORTOFRUTTA - PIANO DI SALVATAGGIO

Mario Catania


Lunedì 16 aprile a Bologna ha avuto luogo  uno dei grandi appuntamenti del mondo ortofrutticolo regionale. Tiberio Rabboni , assessore alle politiche agricole della Regione Emilia Romagna ha presentato un piano a 5 punti elaborato insieme a vaste rappresentanze di produttori ed operatori specializzati, tutti chiamati al capezzale di un ammalato ormai cronico: la frutticoltura italiana.



Alle difficoltà di pesche e nettarine si era ormai abituati ma è stata soprattutto la crisi ancora irrisolta di produzioni non considerate deperibili come pere e kiwi a far scattare l’allarme rosso. I 67.000 ettari di produzioni frutticole dell’Emilia Romagna sono suddivisi come segue: pere 33 %, 15 % nettarine, 13 % pesche e 7 % kiwi.

Rabboni ha coordinato per tanti mesi i lavori sfociati adesso nelle proposte presentate a questo consesso dal nome “Ortofrutta, nuovi strumenti per la stabilità del settore” in presenza del ministro Mario Catania e dell’europarlamentare e presidente della commissione agricoltura al parlamento europeo, Paolo De Castro.

La proposta per la quale Rabboni chiedeva per l’occasione aperte prese di posizioni ai tanti leader presenti si articola in 5 punti:

1) Accordi interprofessionali per governare le produzioni (catasto, regole produttive, regole per la raccolta, regole fitosanitarie, promozioni, contributi dei soci, sanzioni per chi trasgredisce)

2) Fondi mutualistici ed assicurazioni sul reddito dei produttori (cofinanziati dal pubblico)

3) Pagamenti comunitari di base (che contengono anche i provvedimenti per il 7 % del greening)

4) Creazione di un fondo autofinanziato per destinare quote di prodotto ai nuovi mercati (sostenendo DOP ed IGP), inclusi gemellaggi con marchi privati

5) Buone applicazioni dell’ art. 62 sulle liberalizzazioni con pagamenti garantiti a 30 gg. sulla base di contratti scritti ecc. ecc.)

Sono intervenuti in stretto ordine alfabetico nove responsabili con dichiarazioni di 10 minuti l’una. Tutti hanno dato appoggio al piano senza esitazioni ma con qualche precisazine o qualche sottolineatura: Paolo Bruni (Cogeca), Maurizio Gardini, (Alleanza Cooperative), Salvatore Giardina (Confagricoltura) , Gino Peviani (Fruitimprese) , Giuseppe Politi (CIA), Mario Tamanti (CSO) , Mauro Tonello (Coldiretti) Franco Verrascina (Copagri) e Dario Stefàno (Coordinatore delle Regioni).


L'INTERVENTO DEL MINISTRO
Ha chiuso i lavori il Ministro Mario Catania pronunciando parole chiare e spesso scomode. Prima di tutto ha avvertito che la situazione resta difficile, che i consumi sono calati invitando tutti di andare oltre le annunciazioni e di agire.

Il primo invito è quello rivolto ai produttori che devono portare al mercato prodotti più rispondenti alle esigenze dei consumatori, prodotti innovativi e di qualità. Il secondo richiamo è stato indirizzato alla grande distribuzione colpevole di fare leva sopratutto sul prezzo trascurando la qualità causando di conseguenza nuovi cali di consumo. Catania ha chiesto di riflettere sul fatto che più si afferma la grande distribuzione più calano i consumi di ortofrutta.

Il rapportio della produzione con il resto della filiera però può e deve essere migliorato. Per esempio l'eccesso di offerta non giova e si capisce la necessità di governare i volumi. In questo senso l'iniziativa Rabboni trova il consenso del Ministro che ricorda la necessità di fermare la storica riduzione delle quote di valore che rimangono alla produzione.

Altri interventi dovranno essere operati a livello comunitario ed a questo riguardo Catania ha ricordato che è già deciso l'aumento dei prezzi di ritiro a doppio livello con preferenza al percorso beneficienza.  Dovranno seguire in autunno modifiche dell'OCM all'interno della nuova PAC. Per quanto riguarda i fondi mutualistici il ministro promette di insistere su una soluzione nazionale perchè quella dei PSR non avrebbe una dotazione sufficiente.

Non è stato dimenticato il problema degli sbarramenti fitosanitari a livello di commercio internazionale e sarà intensificata l'azioni di penetrazione nei confronti di paesi come gli Stati Uniti per aprire le frontiere alle nostre mele e pere. Purtroppo la reticenza americana non si basa più su ragioni tecniche ma rimangono in essere quelle politiche. Come esempio positivo è stato citata la Cina (che nel giro di 2-3 anni ha già importato 14.000 tonnellate di kiwi italiano) ed anche l'apertura imminente al kiwi italiano del mercato Sud Coreano.

In Italia
La la partita più importante, sempre secondo Catania, la si gioca a livello nazionale e cioè a Roma. Infatti non ha dimenticato di menzionare l'azione del suo ministero a favore dell'attenuazione dell'IMU sui fabbricati rurali ed ha insistito anche sulla necessità di mettere in campo l'interprofessione dando ragione a Rabboni. Purtroppo a quei tavoli per una ragione o per l'altra manca spesso la GDO che pertanto non aiuta la soluzione dei problemi. Catania ha detto anche testualmente "...dell'art. 62 avremmo anche fatto a meno" ma che per il momento non ci sono le condizioni.

L'aggregazione dell'offerta
Un altro tema scottante è quello dell'aggregazione dell'offerta. Catania a questo proposito ha fatto due affermazioni forti: da un lato ha sottolineato l'assoluta necessità dell'aggregazione dell'offerta affermando che senza di essa "tutto sarà un pagliativo". Ma ha aggiunto che "...è troppo volte ci si è "incartati" sulle formule fra cooperative, O.P. e altro. Le modalità di aggregare l'offerta sono molteplici e non sono solo le cooperative a poter dare risposte per tutto. Dovranno essere studiate ed adottate nuove forme di associazione che tengano conto delle diverse realtà che sono ben diverse fra prodotto e prodotto e fra regione e regione"

lunedì 9 aprile 2012

LA CHIMICA NELL'ORTOFRUTA

Nell’ultimo numero de l’Espresso ha fatto discutere gli ambienti ortofrutticoli un articolo a firma di Agnese Cadignola intitolato “Quanta chimica in quella mela”.



In pratica si denuncia il fatto che i prodotti ortofrutticoli sono spesso talmente perfetti che sembrano “giochi di plastica, privi di difetti, lucenti e omologati” insinuando il dubbio che tutto sia ottenuto in modo innaturale e soprattutto con la chimica.

Non voglio e non posso entrare in tutti i dettagli ma vorrei qui difendere me stesso perché tempo fa ho deciso di continuare a comprare e far consumare alla mia famiglia ortofrutta prodotta in modo tradizione anche se c’è da tempo a disposizione una soddisfacente offerta prodotti biologici.

Ho preso questa decisione sulla base dei seguenti ragionamenti: Consumiamo da tempo molto ortofrutta e nella mia cerchia non noto danni particolari, registro che i controlli effettuati regolarmente da enti statali (ma in Germania anche da Greenpeace) certificano che non più del 2 % delle merci supera i limiti dei residui ammessi per legge. Seguo da tempo i processi produttivi e vedo che soprattutto con il metodo della produzione integrata (che con l’aiuto del controllo degli insetti permette una forte diminuzione dei pesticidi in campagna) e lavo con particolare cura le specie che hanno più bisogno di protezione chimica perché sono più facilmente attaccati dalle malattie (es. fragole e orticole a foglia).

Per il resto è la maggioranza dei consumatori che guida i dettaglianti nella loro offerta: sono essi che scelgono sempre il prodotto più bello, più grosso, più colorato. Che c’è di male se il produttore si ingegna per venire incontro a queste esigenze?? Non hanno fatto così già i nostri antenati quando hanno selezionato in natura e riprodotto vicino a casa i semi più grossi, le foglie più tenere ed i frutti più appariscenti di dolce?

Le esigenze della moderna distribuzione fanno il resto: si ha bisogno di grandi masse di calibri uniformi, di frutta che non sfiorisce, di ortaggi che non appassiscono. Ma ci sono tanti metodi naturali per venire incontro a queste esigenze: in campagna le verdure si piantano a una certa distanza, sull’albero si dirada i frutti troppo piccoli, in magazzino ci sono enormi calibratrici elettroniche che con il laser prendono le misure esterne del frutto e misurano persino i gradi zuccherini dell’interno senza intaccare minimamente il prodotto.

Per una più lunga conservazione è di grande aiuto la refrigerazione ma anche la regolazione delle atmosfere all’interno delle celle frigorifere o delle confezioni di plastica. In pratica riducendo artificialmente la percentuale di ossigeno la frutta così trattata va in letargo rallentando la respirazione e pertanto il decadimento della polpa.

La chimica esiste ma con l’andar del tempo è stata ridotta e resa più blanda. Negli anni sono stati aboliti il DDT, il DPA ed ultimamente anche l'etossichina. I tempi di carenza sono sempre meglio studiati ed anche osservati. Se vogliamo nutrire l'umanità non potremo fare a meno della chimica ma potremo certamente renderla sempre più innocua. Ma per chi nonostante tutto cerca di meglio la soluzione c'è già: convertirsi al biologico.

Io non mi sono ancora deciso per diversi motivi:
La purezza assoluta non esiste, il gusto non migliora, l'assortimento è sempre scarso, la qualità raramente è al cento percento, devo accettare tutta merce preconfezionata perché ci vuole la garanzia di un imballaggio chiuso ed i prezzi sono ancora troppo alti.