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domenica 25 novembre 2012

LA TERZA REPUBBLICA BASA SUL SAPERE ?


E' vero che negli anni recenti la politica ha subito le imposizioni dei mercati e Internet ha dato una mano a diffondere nuove libertà ma è anche vero che dopo decenni di stordimenti ideologici la cruda verità si fa strada.

Alla ricerca delle cause delle crisi sovrapposte a vari livelli e con l'annacquamento della ricchezza in seguito all'entrata della Cina e di tanti altri paesi sottosviluppati nell'ambito della WTO ci si affida più di prima, sopratutto in Italia, alle cifre ed alla sostanza delle cose.

Non mi ricordo infatti di aver vissuto nella mia ormai lunga vita un periodo così ricco di studi, di dati, di spiegazioni e di ampia discussione dei fatti economici come dal fallimento della Lehman Brothers in poi. Il tutto sempre ampiamente diffuso e largamente discusso non solo da esperti ma anche dal grande pubblico.


Cade Prodi, torna Berlusconi, cacciato Fini, ultimo trionfo delle ubriacature ideologiche: sinistra, destra, liberalismo, socialismo, regionalismi, nazionalismi, tutto nel giro di pochi anni viene spazzato via dai fallimenti delle vecchie impostazioni.

Emerge la forza finanziaria della Germania, la forza bruta dei cinesi, la relativa debolezza di tutta l’Europa messasi a sedere sugli allori del welfare costruito sui debiti nella maggior parte degli stati. Si aggiunga anche la relativa debolezza degli Stati Uniti anche loro appesantiti da un debito enorme. Il risultato si presenta come un grave infarto alla circolazione delle merci e dei capitali con conseguenze globali.
Mario Monti
Mario Draghi












Il vero sapere, sepolto finora, almeno in Italia,  nelle torri d’avorio delle università italiane, viene chiamato al capezzale del malato grave ed ecco che appare sulla scena Mario Monti, massima espressione sia delle università italiane come della nomenclatura dell'unione europea. Viene accettato dalla politica ed ancora di più dal paese come unica soluzione ai tanti problemi accumulatisi in anni di delirio amministrativo (come si potrebbe spiegare altrimenti un debito come quello italiano che ammonta al 125 % del PIL nazionale e pertanto produce un debito di oltre 30.000 euro per ogni essere vivente su suolo italiano).

Ma insieme a Mario Monti c’è tutto uno stuolo di professori universitari ed altri tecnici ad occuparsi delle vicende dello stato affrontandoli con gli strumenti della scienza piuttosto che con quelli della politica o dei sentimenti. Anche alla BCE arriva un uomo, Mario Draghi, che non si lascia influenzare da ismi  di alcun genere.

Con loro arriva anche un’approfondita discussione a tutti i livelli della popolazione che finalmente si occupa anche dell’economia spicciola visto che vengono a mancare i pasti negli asili ed i finanziamenti agli ospedali. Per dir la verità la categoria che meno si adatta ai cambiamenti epocali è quella dei giornalisti che, mancando spesso la cultura economica ed anche le frequentazioni internazionali (quanti di loro li vedete in giro per il mondo con il microfono in mano ad intervistare personaggi cruciali in lingua inglese se non nella loro lingua?) non sono all'altezza della situazione.

Ma qui non è finita: Le nuove leve nei partiti (anche nel Movimento 5 Stelle) sono quasi tutte laureate e parlano un linguaggio molto più pratico di quello dei loro predecessori. Molti di loro provengono dalle università perché capiscono che è finalmente arrivato il loro momento, il momento che al di sopra delle ideologie è richiesto il sapere, il pragmatico applicare delle regole studiate a tavolino.

Il sapere, anche trasversale, che oggi viene facilitato e quasi imposto dall’onnipresente information tecnology, potrà più facilmente sviluppare i suoi effetti benefici.

Mafia, ndrangheta ed altra varia malavita permettendo si può sperare che alla fine del tunnel fra qualche anno sia possibile vivere in un mondo meno nebuloso e più condiviso. In una nazione dove l’illusoria uguaglianza non viene programma dall’alto ma nel quale gli ascensori sociali siano pienamente funzionanti, abbiano libero sviluppo.

sabato 5 dicembre 2009

"Ce l'ha con le cooperative ortofrutticole"

Ce l'ha o non ce l'ha?

Dopo la pubblicazione da parte di FRESHPLAZA.IT in data 4 Dicembre della mia lettera al Prof. Pizzoli della facoltà di agraria dell'Università di Bologna uno dei primi commenti che ho sentito è quello qui riportato nel titolo. Il testo di quella lettera è riportato nel mio blog precedente.

Avevo sostentuto che parte delle colpe per il negativo andamento della commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli italiani è da ricondurrsi alla prevalenza dell'orientamente alla produzinoe, al prodotto, del management di molte cooperative ortofrutticole. Avevo anche sostenuto che la non comprensione delle problematiche della filiera distributiva e la conseguente politca governativa degli ultimii 40 anni ha fatto perdere una parte considerevole del know how riferito ai mercati internazionali in conseguenza della sistematica messsa in angolo della commercializzazione privata che era rappressentata, e in certe zonevienne rappresentata ancora, da ditte ben attrezzate per il commercio internazionale, i cosidetti esportatori.

La tendenza è ancora in atto ed oggi si esprime nelle prese di posizione delle grandi organizzzazioni dei produttori che si pronunciano contro la Grande Distribuzione e tentano la propria strada al dettaglio organizzando e finanziando (con soldi pubblici) iniziative come i mercati del contadino, il mercato amico, il KM zero.

Il mio pensiero:
Vorrei qui meglio precisare il mio pensiero: Ritengo del tutto logico e leggittimo la formazione di gruppi di produttori che s'incaricano della conservazione, della lavorazione e della commercializzazione dei loro prodotti. A patto che il mercato sia lasciato libero ed i finanziamenti, veramente necessari, arrivino in egual misura a tutti gli interessati. Finanziare la produzione è una cosa, finanziare le operazioni commerciali è un'altra.

Da 40 anni questo distinguo non avviene ma per stare nel politically correct non lo si può dire. Sarà necessario anche in questo caso l'intervento di qualcuno o di qualche cosa che "sdogani" chi ha sempre portato avanti un pensiero "liberistico". La mia teoria è che per avere un'organizzazione della commercializzazione dell'ortofrutta efficiente c'è bisongo di ogni variante delle sue componenti. Se è vero che il 50-60 % delle vendite al dettaglio sono nelle mani dalla GDO è pur vero che il mancante 40-50 % ha bisogno di altre strade. Accanto alla GDO ci saranno i mercatini rionali, Il catering per la HORECA, i fruttivendoli.

Per rifornire tutti questi servono politiche ed attività molto specializzate che si servono di un altro anello della catena: gli operatori all'ingrosso dentro e fuori dai mercati generali, gli agenti ed i rappresentanti, le società import-export, .

Queste ultime hanno un ruolo particolare perchè sono loro le punte di diamente da usare anche per arrivare sui mercati lontani e pertanto più complicati e più pericolosi, oltre che nell nicchie di nercato che ormai sono in ogni angolo, in Italia, in Europa e nel mondo.

Se il legislatore continua a sovvenzionare esclusivamente i produttori, offrendo i necessasri finanziamenti solo a loro per arrivare con l'offerta concentrata ai supermercati, per forza di cose l'altra metà della filiera inaridisce.

Ed ecco la principale causa dei mali della nostra commercialilzzazione: la mancanza di tutti gli attorineccessari per commercializzzare un quantitativo così vasto di prodotti ortofrutticoli che giornalmente deve raggiungere le bocche di ogni dove.

Non dimentichiamo che sentiamo da tempo che l'Italia produce più del fabbisogno nazionale e che dunque l'esportazione è necessaria. Ed è anche l'unica via per smaltire la merce qui prodotta e che qui trova un consumo in declino da anni per vari motivi, e non solo per la crisi attuale.

Il Marketing.
Fin qui ho parlato della commercializzazione. Manca un'altro strumento raramente utilizzato: il Marketing. E' uno strumento che si basa su un prodotto certo e standardizzato, sulla ricerca di mercato e sullas comunicazione pubblicitaria. In questo campo saranno necessario idee nuove ed un grande impegno di tutti per promuovere un prodotto, un marchio, un sistma regionale o di paese che possa imporrsi sui mercati globali. E' qui che la teoria e la scienza devono intervenire, è qui che le grandi menti del nostro sistema ortofrutticolo devono applilcarsi.

P.S.: Conosco l'OCM e una buona parte delle sue implicazioni. La ritengo però figlia di una strategia comunitaria che non ha portato vantaggi tangibili ai produttori europei se ancora oggi, dopo 50 anni di MEC (mercato europeo comune), osserviamo ancora l'assoluta supremazia dei prodotti americani sui mercati mondiali.